Franco
Villoresi
Città di Castello
Villoresi fu, tutto sommato, anche se gli vennero, quasi a suo dispetto,
notorietà e riconoscimenti, un solitario. Abbandonò la giurisprudenza
per la pittura. Nel ’45, dopo il turbine della guerra, sentì
il fascino del tonalismo neoimpressionistico di Mafai, nel cui studio
fu ospitato per un po’ di tempo. Prima personale di rilievo da Chiurazzi,
in via del Babuino. Ma aveva anche conosciuto l’umido grigiore di
un sottoscala in via del Governo Vecchio, dove aveva buttato alle ortiche
l’agiatezza della casa paterna. Si trasferì poi in una soffitta
del quartiere Prati, trovando infine a Rigutino, vicino ad Arezzo, la
patria del suo spirito. I ritratti (quello di Sandro Penna o di Corrado
Alvaro), le maschere, gli omoni del suburbio nebbioso, i “sassi”
sono cose assolutamente villoresiane, per le quali è del tutto
acritico parlare di atteggiamento crepuscolare o di neotradizionismo toscano.
Interessante il Diario di un pittore pubblicato da carte Segrete.