Galleria Virtuale


Giuseppe Borrello

di Paolo Portoghesi

Napoli
Uno dei caratteri più interessanti della pittura di Borrello consiste nel recupero della linea come mezzo espressivo fondamentale. Questo strumento espressivo, che ha raggiunto nei primi anni del nostro secolo una straordinaria valorizzazione attraverso la cultura dell'art nouveaux e ha svolto un'importante funzione anche nelle ricerche dell'espressionismo, ha poi, durante le alterne vicende dell'avanguardia e delle arti figurative del dopoguerra, perso molta della sua importanza. Non mancano certo esperienze personali in cui la linea ha ricevuto un'interpretazione inedita negli ultimi decenni ma il modo in cui Borrello oggi riprende questo strumento quasi dimenticato ha una forte originalità e si rivela, soprattutto in alcuni casi, molto convincente.La linea permette a Borrello di porsi in una posizione di ricerca intermedia tra la figurazione e l'astrazione.
I raggiungimenti più felici della sua pittura sono quelli in cui il segno mantiene in pieno la sua forza evocativa nei confronti della realtà senza però descriverla, rimanendo un segno essenzialmente simbolico. All'enfasi della linea si accoppia in Borrello una interpretazione del colore che non cerca impasti o tonalità delicate ma si esprime con violenza elementare. Spesso il pittore mette a fuoco nei suoi quadri il punto di confine tra due superfici, tra due campi colorati diversi, trasformandoli in uno scontro di energie su una frontiera divenuta incandescente. Quando questa concentrazione dei valori pittorici si realizza, la pittura di Borrello esprime con più intensità la sua originalità. Come esempi di questa ricerca di linee-orizzonte possiamo citare E sopra, le stelle (1985), Vento (1988), Contatto marino (1988) e soprattutto Costa (1988) e Nereidi (1988). Sono quadri in cui l'equilibrio fra rappresentazione e figurazione si esprime in modo più creativo per la capacità di introdurre nel mondo della figurazione un aspetto che nasce dall'osservazione scientifica della realtà. Quadri che ricordano e che in un certo senso condividono il fascino di certe carte geografiche dove la linea, che pure corrisponde a una precisa realtà fisica del paesaggio, sembra rilevare una propria inesauribile logica interna. A mio parere il pregio della ricerca di Borrello sta in un modo di guardare la natura alla luce di una nuova sensibilità che è prodotto del mondo attuale dominato dall'informazione e dal primato dell'immateriale.

 

 

Aldo Turchiaro

Celico (Cosenza)
Discepolo e amico di Renato Guttuso Aldo Turchiaro ha insegnato pittura presso le più importanti accademie di belle arti d’Italia. Il suo percorso artistico è arricchito dalle esperienze metafisciche e del neorealismo. Ha esposto nelle più importanti sedi internazionali.

 

 

Franco Villoresi

Città di Castello
Villoresi fu, tutto sommato, anche se gli vennero, quasi a suo dispetto, notorietà e riconoscimenti, un solitario. Abbandonò la giurisprudenza per la pittura. Nel ’45, dopo il turbine della guerra, sentì il fascino del tonalismo neoimpressionistico di Mafai, nel cui studio fu ospitato per un po’ di tempo. Prima personale di rilievo da Chiurazzi, in via del Babuino. Ma aveva anche conosciuto l’umido grigiore di un sottoscala in via del Governo Vecchio, dove aveva buttato alle ortiche l’agiatezza della casa paterna. Si trasferì poi in una soffitta del quartiere Prati, trovando infine a Rigutino, vicino ad Arezzo, la patria del suo spirito. I ritratti (quello di Sandro Penna o di Corrado Alvaro), le maschere, gli omoni del suburbio nebbioso, i “sassi” sono cose assolutamente villoresiane, per le quali è del tutto acritico parlare di atteggiamento crepuscolare o di neotradizionismo toscano. Interessante il Diario di un pittore pubblicato da carte Segrete.

 

 

Pino Conte

Palo del Colle (Bari)
Nella Galleria Nazionale di Melbourne è stato collocato, accanto ad una statua di Rodin ed una di Moore, il bronzo Tree of life di Pino Conte: è un segno, fra i tanti, del vitalismo creativo di questo artista nobile e schivo. Il suo naturalismo, vivificato dal di dentro in senso antiaccademico ha trovato modo di esprimersi, con invidiabile coerenza, tanto in un Ritratto di Nanda del ’43 quanto nella bellissima Testa di bimba della XVIII Biennale o nei “movimenti di danza”. In questa statuaria allegoria e racconto, idea e realtà costituiscono una identità indissociabile; e il “non finito” ha la stessa qualità estetica, quanto a rigore di rapporti massivo-strutturali, del pezzo risolto nella sua totalità evocativa.