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Liliana
Radicevic
Liliana
Radicevic è nata a Bjeloavar in Jugoslavia. Si è diplomata
alla Scuola di Scultura di Pericle Fazzini, presso l’Accademia
di Belle Arti di Roma. Da anni alterna all’attività di
scultrice anche quella di pittrice, esponendo le sue opere nelle più
importanti capitali europee. La sua ricerca artistica, sempre sottesa
alla sperimentazione, è contrassegnata da un impetuoso entusiasmo
creativo che, eludendo mode e correnti, si manifesta in assoluta autonomia
e libertà espressiva. Tra i numerosi premi conseguiti, sono da
segnalare: 1° Premio – Coppa d’Argento, 2° Biennale
Internazionale della Pietra, Città di Marino (in giuria G.C.Argan);
1° Premio (critico d’arte Duccio Trombadori), 1999, XXVI Premio
Sulmona – Rassegna internazionale d’Arte Contemporanea –
“Omaggio ad Alberto Sughi”, Sulmona; 2000, XXVII Premio
sulmona – Premio d’Acquisto per la scultura “Donna”.
TESTO DI DUCCIO TROMBADORI.
Liliana Radicevic ama il dialogo corto e lo scatto della istantanea
perché solo in questo modo le piace di condensare senza disperdere
la disponibilità sentimentale della espressione. E’ stata
un’allieva talentuosa di Fazzini. Il vecchio Pericle le ha lasciato
allineare alla parola successiva un’impronta sintomatica: la facoltà
di tracciare le linee essenziali del movimento in equilibrio. Noi le
rivediamo in certi profili torniti a fil di luce nelle sculture dei
corpi femminili. Ma anche nei disegni, che Liliana concepisce come emozioni
dipanate in racconti, occasioni della memoria che diventa qualche volta
una fiaba, o una parabola. Alcune vedute traguardano la forma apparente
e indagano le linee di forza, lampi di luce, bagliori inseguiti nelle
loro guizzanti diramazioni che si colorano come lampi al magnesio. Si
tratta di pitture che corrispondono all’effetto di uno scatto
fotografico nel pieno della notte: la retina attende il momento della
illuminazione che accende lo spazio di un colpo, e subito rientra l’oscurità
di fondo. Ma in quel ritirarsi della luce, la pittura si distende sulla
tela coprendo le zone di contrasti vividi in mezzo ad una trama tonale,
sfumata, nel sovrapporsi di materie, in un effetto di tecniche miste,
perché le due dimensioni non sono mai sufficienti ad organizzare
il dispositivo sentimentale di Liliana Radicevic, che ha una sua delicata
prepotenza e preferisce sempre sovrabbondare nel segno, nella materia,
nella descrizione.
Ciò non toglie, a questa visione che procede per illuminazioni
a scoppio simultaneo e giustapposto, una singolare patina asciutta e
semplificata. Cosicché la pittura risulta essenziale, nella sua
densità, e qualche volta perfino volutamente toccata da un bisogno
di concisione. Arabeschi, ghirlande, storie animali e amori di esseri
umani si compongono in questa collezione di impressioni cristallizzate
che hanno il privilegio di mantenere dentro lo schema formale un intatto
potenziale di energia, scrigno di una vitalità che al tempo stesso
si dispensa e si conserva. Un simile lavorìo della mano e della
mente ci regala una buona messe di linee e colori che appaiono frantumati
e ricomposti nella disinvolta ma sapiente disposizione di varianti tonali
dal grigio al rosso freddo di garanza, dalle lacche all’azzurro
oltremare, dall’oro al nero e al bianco che sono i veri punti
di passaggio dal piano allo spazio, dal disegno alla figura modellata.
Così Liliana traccia un adeguato diagramma autobiografico ed
esistenziale in un lungo racconto che organizza in favola le sue immagini
di vita dissolvendole come una nuvola di vapore colorato nel caldo trasparente
della estate adriatica, collocata com’è, nel suo spirito
visionario e costruttivo, sul crinale ancipite orientale-occidentale
(la sua natura slava che dà frutto in terra latina). E vale anche
per lei il pregio poetico del “divano” di Goethe: come il
segnale, o l’annuncio, di uno stile raggiunto.
Duccio Trombadori
ALLA DOMUS ROMANA
LA TRAGEDIA DEL KOSOVO MA ANCHE LA SPERANZA
NELLE TELE E NELLE SCULTURE DI LILIANA RADICEVIC
di Costanzo Costantini
“Tu hai più il senso del colore che della forma”,
le dicevano i docenti dell’Accademia di Belle Arti di Belgrado,
ma lei rispondeva: “Io voglio fare la scultrice”. Così,
grazie a una borsa di studio, si è trasferita all’Accademia
di Belle Arti di Roma e si era iscritta al corso di scultura, che allora
era tenuto da Pericle Fazzini. Sotto un tale maestro, che Arturo Martini
aveva salutato come “il poeta della scultura”, Liliana Radicevic,
che proveniva da Bjelorav, un paesino della Slovenia, aveva cominciato
a realizzare in bronzo silhouettes vertiginose, acrobatiche figure femminili
in prodigioso equilibrio. Ma poi, memore di quello che le dicevano i
professori di Belgrado, alla scultura aveva aggiunto la pittura, coltivando
congiuntamente, con pari successo, l’una e l’altra. Ora
alcune delle sue sculture e una trentina delle sue tele si possono vedere
in una splendida sala della Domus Romana in via delle Quattro Fontane
113, presentate in catalogo dal critico Duccio Trombadori, il quale
pone in rilievo le varianti tonali dal “grigio al rosso freddo
di garanza, dalle lacche all’azzurro oltremare, dall’oro
al nero e al bianco che sono i veri punti di passaggio dal piano allo
spazio, dal disegno alla figura modellata”. Ma i quadri della
Radicevic non colpiscono soltanto per la suggestiva gamma dei colori,
bensì ancor più per la luce che sprigionano, come porta
Cruenta e Il Sole fra gli archi, i due dipinti che evocano il Kosovo,
uno dei centri storici della religiosità ortodossa che sembrava
esser rinato dalle rovine prodotte dalla guerra nei Balcani ma che le
ultime vicende hanno riprecipitato nella tragedia e nella barbarie.
Se il nero simboleggia la morte e il lutto, il rosso simboleggia il
sangue: il sangue che inietta gli Occhi di Squalo, ossia gli occhi dei
signori della guerra, in contrasto con Occhi all’arte, il dipinto
con il quale la Radicevic ci ricorda che solo l’arte può
illuminare il mondo oscuro e minaccioso in cui viviamo. La scala sull’acqua
e Il fiume verticale rappresentano il flusso eracliteo della vita, ossia
la speranza che la vita, rinasca dalle ceneri come la mitica Fenice.
Ammirevoli anche le tele dedicate a Venezia sotto la pioggia, nella
quale il mare si confonde con il cielo e i ponti, le chiese, i palazzi
sfumano entro un alone evanescente, alla stregua d’un miraggio
lunare. La mostra che s’intitola “Di segni e di sogni”
e resterà aperta fino alla fine del mese, annovera anche un ritratto
dell’ex presidente della Camera Irene Pivetti. Al vernissage era
presente l’ambasciatore di Serbia e Montenegro presso la Santa
Sede, Darko Tanaskovic.
Costanzo Costantini